Categorie
Storia

L’Epidemia Colerica a San Benedetto nel 1855. Una storia di ieri e di oggi

Di Riccardo Mancini

La sera del 23 novembre 1854, a San Benedetto giunge il pericoloso morbo del Colera. Quella sera, si racconta, arriva in città lo “Zautte” Salvatore Ricci di ritorno da Porto Recanati, località in cui il morbo del colera è in pieno sviluppo.

Questo fiero e pernicioso morbo, il 6 luglio 1855 entrò in questa regione ed in questa Parrocchia l’8 luglio; e la rapidissima diffusione, la grande violenza e l’inevitabile pericolo della vita, afflissero tutti con tanto spavento che una terza parte di questi fuggì cercando altro rifugio. Di quelli che rimasero, mancando di vitto, molti ne morirono più per fame che per violenza del male.

Giovanni Guidotti “Da San Benedetto in Albula a San Benedetto del Tronto”

Egli abita in Via Laberinto ed è da lì che l’epidemia si diffonde nelle vie vicine fino ad arrivare nelle abitazioni del Castello (Paese Alto).

Grazie all’operato di alcuni ottimi medici di allora il morbo del colera termina il suo viaggio di morte nel Gennaio del 1855. Il bilancio è di 23 vittime.

L’estate del 1855. Il ritorno del colera e la fuga degli abitanti.

L’inizio del nuovo anno si apre per l’Italia sotto cattivi aupsici perchè il contagio asiatico, di cui San Benedetto ne ha appena assaporato la forza distruttiva, sta lentamente riaffiorando. All’inizio dell‘estate del 1855 fa la sua nuova apparizione in città.

[…] Come sempre, al principio ci si lusingò che il male fosse di tutt’altra natura del colera e che non valesse la pena di mettersi in eccessivo allarme. Alla popolazione, ad ogni buon conto si tornò a raccomandare l’igiene del vivere, la prudenza e la sobrietà dei cibi […].

Enrico Liburdi “Per una storia di San Benedetto del Tronto

Un po’ come già avvenuto l’anno precedente, il 25 Giungno 1855 muore in una casetta del porto Giambattista Lucarelli, colpito dal colera il giorno dopo essere giunto a San Benedetto da Ancona, città in piena emergenza.

[…] Altri ed altri decessi seguirono subito quel primo, dimostrando chiaramente ad ognuno che la moria aveva preso gran piede in ogni parte del paese

Inizia così un fuggi fuggi generale della popolazione verso i Paesi dell’interno e le circostanti campagne. La città, che conta circa seimila anime, in pochi giorni si dimezza. Questo, da una parte, salva molti sambenedettesi dal contagio e alleggerisce il compito dell’assistenza sanitaria; dall’altra va a destabilizzare il buon andamento sanitario della provincia picena nella quale inizia così a diffondersi il contagio.

Il Municipio della città decide di accogliere ed isolare i malati più poveri e privi di particolare assistenza famigliare nelle stanze dell’Ospedale del legato Pizzi (situato nella strada nuova, oggi chiamata Via Gioacchino Pizzi). L’ospedale offre un grande aiuto, dando del suo meglio nei giorni più neri dell’epidemia: quelli tra il 7 Luglio e il 9 Agosto 1955. Da quel giorno in poi l’epidemia colerica termina dopo aver portato ad un elevatissimo numero di vittime. In particolare è da ricordare la giornata del 13 Luglio, in cui vennero falciate dal colera ben 63 vite umane.

Saranno 374 le vittime, cioè oltre la metà dei colpiti, i quali ammontano a 379. È questo il bilancio di soli 24 giorni di “Cholera morbus”.

Di ilNarrante

Il Piacere di Raccontare